È noto che nel costruire v’è da sempre stato un ordine simbolico. S’edifica un santuario, un tempio, una casa, un villaggio o un grattacielo in luoghi appropriati, capaci di sostenere e amplificare le visioni di chi costruisce. È nell’esito strabiliante d’uno stupore che s’accenna al sacro. Nella risorgiva che zampilla in una pianura, nella cresta rocciosa che ricorda il profilo d’un viso. È in questi casi che il paesaggio sembra parlare al cosmo, e in quelle visioni esso v’entra e come un genio vi si annida. Là s’andrà a costruire. Per offrire ad altri la benedizione di ciò che uno sguardo ha colto per caso, o per non dimenticare più ciò che ha provato.
Esistono così architetture che conservano nelle loro forme boschi, quelle che ripetono pianure, quelle dei fiumi e delle montagne, e poi quelle di città. Non è possibile vedere in ogni architettura una capanna, e in ogni capanna un bosco? I tronchi degli alberi sostengono le chiome, che scosse al vento giocano in luce su un tappeto di foglie. Già non si scorge, in tali immagini, l’idea d’una casa?, l’accenno d’una costruzione a venire? Non è vero che s’entra in una stanza passando per un quadrato di pioppi?, che ogni colonna ben inastata al suolo sostiene la schiena del cielo, portando con sé l’immagine di quell’albero nella foresta?
Edoardo Tresoldi, con Selva, invita al ricordo e pesca dal naturale oblio della storia questa struttura genetica e fondativa dell’architettura: l’immagine indelebile della colonna, presa nella sua necessità formale e nell’eco d’albero ch’essa porta con sé. Non per nostalgia, non per avvisaglia o lezione, ma per ripetere con chiarezza ciò che è sempre implicito nell’abitare: un luogo nel quale s’esprimono i principi d’un attaccamento, d’una provenienza e di una esistenza, dove il cielo e la terra s’annodano in un gesto. Il ricordo d’un abitare che non è transitorio, ma che ribadisce uno sguardo e un’esigenza tanto profondi che abbracciano la storia d’una specie intera.
Con Selva, l’opera di Tresoldi si consolida un modello di collaborazione nel quale iniziativa privata e istituzioni pubbliche operano insieme per creare nuove possibilità culturali nello spazio urbano.
La città diventa così parte dell’esperienza artistica.
Per chi vive Roma quotidianamente, un’opera contemporanea può interrompere per un momento la familiarità dello sguardo e rivelare qualcosa di nuovo in un luogo conosciuto. Per chi arriva da fuori, introduce invece una presenza del presente dentro una città spesso scoperta attraverso la stratificazione della sua storia. I due sguardi si incontrano nello stesso spazio: quello di chi riconosce il luogo e può riscoprirlo, e quello di chi lo incontra per la prima volta. L’arte crea così una soglia comune tra appartenenza e scoperta, tra chi abita stabilmente la città e chi ne diventa, anche solo per qualche giorno, un abitante temporaneo.

